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FRUTTA

Da quasi 20 anni Liliana Iacoviello e suo marito il dott. Torciano hanno convertito  l’azienda storica di famiglia di origine al metodo di agricoltura biologica: certificazione ICEA (Codice Q324).

Si produce  grano, farro, girasole e soia per alimentazione umana. Da due anni sono si appassionati  alla  coltivazione biologica dei pomodori, che vengono seminati direttamente in pieno campo.

Da due oliveti di circa due ettari producono olio extravergine di oliva certificato bio; da un noceto piantato  trenta anni fa, di circa 2,75 ettari, si producono  noci, anche queste certificate bio.

Da circa dieci anni è stato  realizzato un progetto di ricerca di frutti antichi e si è recuperato, da fondi dell’agro di Lavello che ancora ne conservavano, vecchie varietà locali di susine, albicocche e amarene

Sono stati allestiti per queste piante un frutteto razionale: le gemme  innestate su un piede robusto, adatto ai climi siccitosi;   il frutteto di siepi miste e fasce boscate per ospitare insetti e piccoli animali in modo da  arricchire così la biodiversità di flora e fauna; vengono , inoltre, praticate  regolarmente le semine consociate per sfalci e sovesci che preservano la fertilità del terreno.

Il FruttetoGiardino è aperto alle visite e alle passeggiate guidate anche per scolaresche.

 

IdentikEatIl processo produttivo

COME VIENE PRODOTTO FRUTTA

L’azienda è in contrada “Bosco delle Rose”, sito fra i più risonanti della cultura materiale di generazioni di abitanti del nostro paese. La fertilità dei suoli e la salubrità dell’esposizione; la vicinanza all’abitato e la presenza della strada “della foresta” che si percorreva in pellegrinaggio verso la “Chiesetta”; la proprietà diffusa in piccole unità ne facevano, ancora qualche decennio fa, una scena di quella forma del paesaggio agrario che Emilio Sereni chiama “giardino mediterraneo”. Una sequela di appezzamenti chiusi investiti a seminativo e “vigne”. L’agro che circonda Lavello, come in una trama di abbraccio e frena il suo slancio verso la piana di Puglia e la tiene vicina a Venosa sorelle nella terra lucana, L’agro che circonda Lavello, come in una trama di abbraccio, era tessuto di vigne. Vigne erano chiamate, una sola parola per una polifonia di presenze. Sui filari bassi delle viti “frutti” per ogni stagione “foglie” per ogni minestra. Ceci e fagioli menta e violacciocche gigli basilico e rose. Un sistema apparentemente chiuso che obbligava a relazioni e scambi con la popolazione tutta del paese: quella dispensa a cielo aperto era completa e sovrabbondante: bisognava vendere e regalare. Un sistema apparentemente elementare che portava a cambi di prestazioni coi vicini e con imprenditori della zona che possedettero più animali da lavoro o attrezzature o macchine agricole. Un teatro complesso e vitale in cui le relazioni e gli scambi personali diventavano la cultura materiale della comunità ei concreti legami di civiltà. Negli anni settanta, questo tessuto economico e umano si è assottigliato fino a perdere trame e colori: la cerealicoltura, in una felice euforia, ha conquistato per sè piani e dossi, vigne e mandorleti. L’agro di Lavello è coltivato in maniera intensiva a grano, frutta, ortaggi vari e pomodori (tutto per l’agroindustria) da una imprenditoria di riconosciuta competenza professionale. Proprio gli imprenditori più impegnati oggi vivono la frustrazione della crisi di mercato dei prezzi agricoli e la impotenza a far valere il proprio prodotto nelle filiere della trasformazione e della distribuzione. Alcune imprese hanno saputo leggere nella crisi nuove indicazioni e riconoscere nelle proprie aziende potenzialità ancora inespresse; hanno imparato a trattenere per sé e per il proprio territorio quella parte di valore aggiunto legato alla trasformazione e alla vendita mantenendone i passaggi al proprio interno. Una declinazione nella attualità delle antiche modalità di funzionamento delle aziende agricole “a ciclo chiuso” (seminativo – erboso – pascolo – allevamento – trasformazione) e una riedizione in chiave professionale dei “mestieri” (casari ecc…) più tradizionalmente legati alla produzione del cibo. Qualche anno fa ho avviato il progetto di un frutteto “diverso”. L’idea guida del progetto era che in agricoltura biologica non avesse senso inseguire il modello del frutteto per l’agroindustria ma che, piuttosto, fosse coerente sperimentare e rivalutare piante di antica presenza nel nostro territorio (e anche di territori lontani – le piante hanno sempre amato viaggiare – ma simili al nostro per caratteristiche pedoclimatiche); ecotipi che, pure se oggi dimenticati, avevano accompagnato nel tempo le nostre comunità di produttori e le nostre comunità di cibo. Recuperare e riproporre i frutti che avevano il sapore della festa; il valore del cibo per la sussistenza; i frutti di una stagione e non delle altre; i frutti che si condividono con gli uccelli; i frutti che si perdono nella terra, i frutti che si conservano. La prugna “coscia di donna” amata dai contadini perché anche se un po’ “vagabonda” li ripagava coi suoi frutti così speciali: un gusto selvatico, mai stucchevole, ricco di note in ogni fase di maturazione. “Buone come il pane non cadono, si fanno appassite sulla pianta e stanno lì fino ad ottobre in attesa che tu o qualche uccello abbia fame”. Amarene piccole e nere (che altrove chiamano visciole) e che noi chiamiamo “ a pignul” per la loro chioma assurgente e quasi chiusa come un cipresso (pignul). Albicocche bianche, profumate come pasticcini speziati (da noi si chiamano “cetole”) inutilizzabili per la grande distribuzione perché sono così buone solo mature, ma ahimè, se sono mature non sopportano di viaggiare intruppate. La forza del progetto mi pareva già tutta nel recuperare e riproporre frutti particolarmente interessanti, nel custodirli e accoglierli; invece quelle piante che coltivavo, i luoghi da dove venivano, i contadini che me le consegnavano, il luogo stesso in cui le ospitavo mi interpellavano con voci, lingue e parole più risonanti di quanto io stessa, inizialmente, ad essi ne avessi attribuite. Provengo da una famiglia numerosa di antica consuetudine alla vita in campagna. Faccio la imprenditrice agricola di professione e sono giardiniera per vocazione: da venti anni in Puglia mi occupo di un giardino (o è un giardino che da venti anni si occupa di me?). Intendevo coltivare frutti dimenticati per aprirmi a nuovi spazi di mercato ma quel frutteto “diverso” mi ha coltivata esso stesso. Mi ha condotta a leggere luoghi, ascoltare storie, riconoscere relazioni, ricordare presenze e celebrare memorie. Ma pure, crescendo, quel frutteto “diverso” dettava le sue richieste; si costruiva fedele a se stesso con un suo carattere originario e attuale indicava soluzioni proprie e autonome. Il ciclo delle stagioni quello del jazz: ciascuna canta le sue note e poi invita l’altra al suono: il fogliame infuocato d’autunno cede alle linee nude dei legni; le vibrate bianche fioriture di primavera prendono corpo nei frutti; le fioriture gloriose di maggio si ritraggono sobrie per risparmiare il fiato d’estate. L’evoluzione è il suo destino. Le siepi frangivento diventano in poco tempo fasce boscate e giardino insieme. Alberi e arbusti, corbezzoli e allori giuggioli e sambuchi; mirti e rose, rose e asparagi; bulbose (raccolte e moltiplicate: lampascioni, asparagi, gladioli selvatici e…… erbe e malerbe di compagnia). La stradella che divide in due il frutteto si è data dei ritmi: cipressi e mirti, citronelle e lavande; ginestre iris e pervinche; rose e ancora rose. Lo scarico dei filtri del pozzo alimentano d’acqua un piccolo stagno, già riconosciuto come proprio territorio da vespe, rondini e gruccioni (quanto eleganti come operatori ecologici!); da bisce rospi e libellule

Da due anni abbiamo realizzato un laboratorio aziendale (la casa per le marmellate, come dice la nostra nipotina) dove prepariamo, con la nostra frutta, confetture e marmellate bio e, con i nostri pomodori la passata bio. 

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L'Associazione non ha fini di lucro ed ha per scopo l'operare nel campo sociale e cooperativistico al fine di promuovere:
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